Nunzio Tria

Nunzio Tria
Io Contro

POESIA FEMMINA



O solerte, candida come una foglia
Involuta come un prato,
sola
magia di te stessa
non ti guardi allo specchio mai
non vuoi vedere i crocicchi dei tuoi molti vanti
d'amore
né l'imene caduto al primo bacio.

Tratto da "La poesia luogo del nulla" di ALDA MERINI
Piero Manni editore



Manganelli

O imene, tenebra e luce
Contatto del primo amore
Pelle liscia ed esausta
Che piange di poesia
Sul lido dell'astratto
Dove si sogna amore
E c'è un frate indovino
Che celebra le nozze.


Tratto da "La poesia luogo del nulla" di ALDA MERINI
Piero Manni editore

Alda Merini
Milano 1931

Le cose che non riesco a dire
ai mille curiosi che vengono alla mia porta
è come nasce
il gemito della follia.
Esso è un gemito
senza volto che arde di amore
e prima che ti rubassero i figli
essi sono già sparititi dalla tua mente,
son diventati sogno.
Il dolore terribile di vederli presi
nella schiera di chi combatte così piccini
mentre tu sei salva al manicomio
fa sì che questo teatro struggente
ti righi la vita di pianto.
Tu non potrai mai perdonarmi
un simile lontano omicidio.


Tratto da "La poesia luogo del nulla" di ALDA MERINI
per Piero Manni editore


Orgoglio italiano


Dedica


Occorre un amore grande
per viverti accanto, amor mio,
e cavalcare un destino
che è come un puledro avverso,
come una macchina astrusa.
E tu vorresti scendere,
guardare pascoli azzurri
e invece il destino bizzarro
sbatacchia le povere ali
e immiserisce l'amore.
Così, quando è sera,
io mi adagio al tuo fianco
come vergine stanca,
nè so cosa tu mi puoi dare,
nè so cos'io voglia dire.


Tratto da "folle, folle, folle di amore per te" di ALDA MERINI,
per Salani Editore



Anne Sexton
USA: Newton 1928 - Weston 1974


Magia nera

Una donna che scrive è troppo sensibile e sensuale,

quali estasi e portenti!
Come se mestrui bimbi e d isole
non fossero abbastanza; come se iettatori pettegoli
e ortaggi non fossero già abbastanza.
Crede di poter prevedere gli astri.
Nell’assenza una scrittrice è una spia.
Amore mio, così son io ragazza.

Un uomo che scrive è troppo colto e cerebrale,
quali fatture e feticci!
Come se emozioni congressi e merci
non fossero abbastanza; come se macchine galeoni
e guerre non fossero già abbastanza.
Con un mobile usato costruisce un albero.
Nell’essenza uno scrittore è un ladro.
Amore mio, tu sei maschio così.

Mai amando noi stessi,
odiando anche le nostre scarpe, i nostri capelli,
ci amiamo preziosa, prezioso.
Le nostre mani sono azzurre e gentili,
gli occhi pieni di tremende confessioni.
Ma quando ci sposiamo
ci abbandonano i figli, disgustati.
Il cibo è troppo e nessuno è restato
a mangiare l’estrosa abbondanza.


Tratto da "L'estrosa abbondanza" di ANNE SEXTON,
a cura di Rosaria Lo Russo, Antonello Satta Centanin e Edoardo Zuccato per Crocetti Editore



Anne
l'icona moderna della poesia confessional

La ballata della masturbatrice solitaria

La fine della cosa è sempre morte.
E' lei la mia officina. L'occhio viscido,
fuori dalla tribù di me stessa il mio respiro
scopre che te ne sei andato via. Metto terrore
a chi mi si avvicina. Mi nutro.
Io da sola ogni notte sposo il letto.

Un dito dopo l'altro lei è mia.
Non è così lontana. Mi ci imbatto.
La suono come una campana. Scivolo
nel nido d'amore dove la montavi,
tu che mi prendevi in prestito sul copriletto a fiori.
Io da sola ogni notte sposo il letto.

Prendi ad esempio questa notte, amore:
ogni singola coppia si compone,
su e giù si capovolge solidale,
e il due abbondante sopra piuma e spugna
si inginocchia spingendo, testa a testa.
Io da sola ogni notte sposo il letto

In questo modo schizzo dal mio corpo,
è un irritante miracolo. Ma posso
mettere sullo schermo il mercatino
dei sogni? Mi distendo. Crocifiggo.
Mia piccola susina la chiamavi.
Io da sola ogni notte sposo il letto.

Poi viene la mia rivale occhi neri,
signora delle acque si leva sulla spiaggia,
ha dita vellutate da pianista,
labbra vezzose, voce come un flauto.
E io una scopa con le gambe a X.
Io da sola ogni notte sposo il letto.

Ti prese coime una donna che prende
un vestito d'occasione dal mobile.
Mi spacco come si spacca una pietra.
Ti ridò i libri e gli attrazzi da pesca.
Dice il giornale che ti sei sposato.
Io da sola ogni notte sposo il letto.

I ragazzi stanotte e le ragazze
sono tutt'uno. Aprono le camicie, abbassano
le cerniere, si tolgono le scarpe.
Spengono la luce. Le scintillanti
creature sono colme di menzogne.
Si mangiano l'un l'altra. Sono sazi.
Io da sola ogni notte sposo il letto.


Tratto da "L'estrosa abbondanza" di ANNE SEXTON,
a cura di Rosaria Lo Russo, Antonello Satta Centanin e Edoardo Zuccato per Crocetti Editore




Wisława Szymborska
Polonia: Bnin (Kórnik), luglio 1923

Lode della cattiva considerazione di sé

La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.
Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.

Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l'alligatore, la trichina e il tafano
vivono come vivono e ne sono contenti.

Il cuore dell'orca pesa cento chili
ma sotto un altro aspetto è leggero.

Non c'è nulla di più animale
della coscienza pulita
sul terzo pianeta del sole.

Tratto da "Granello di sabbia con vista" di WISLAWA SZYMBORSKA,
a cura di Pietro Marchesani per Adelphi Edizioni


Premio Nobel per la latteratura 1996


La Cipolla

La cipolla è un'altra cosa.ùInteriora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d'inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla-cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell'una ecco sta l'altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centipetra fuga.
Un'eco in coro composta.

La cipolla, d'accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi - grasso, nervi, vene,
muchi e escrezione.
E a noi resta negata
l'idiozia della perfezione.


Tratto da "Granello di sabbia con vista" di WISLAWA SZYMBORSKA,
a cura di Pietro Marchesani per Adelphi Edizioni




Sylvia Plath
USA: Boston 1932Londra 1963


Io sono verticale


Ma preferirei essere orizzontale.

Non sono un albero con radici nel suolo

Succhiante minerali e amore materno

Così da poter brillare di foglie a ogni marzo,

Né sono la beltà di un’aiuola

Ultradipinta che susciti gridi di meraviglia,

Senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.

Confronto a me, un albero è immortale

E la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:

Dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,

Alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.

Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro ne fa caso.

A volte io penso che mentre dormo

Forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –

Con i miei pensieri andati in nebbia.

Stare sdraiata è per me più naturale.

Allora il cielo e io siamo in aperto colloquio,

E sarò utile il gioco che resto sdraiata per sempre:

Finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.


Tratto da "Lady Lazarus" di SYLVIA PLATH,

a cura di Giovanni Giudice per Arnoldo Mondadori Editore


Sylvia

la grande


Ariel


Stai nel buio. Poi

L’insostanziale azzurro

Versarsi di vene e distanze.

Leonessa di Dio,

Come in una ci evolviamo,

Perno di calcagni e ginocchi! – La ruga

S’incide e si cancella, sorella

Al bruno arco

Del collo che non possa serrare,

Bacche

Occhiodimoro oscuri

Lanciano ami –

Boccate di un nero dolce sangue,

ombre.

Qualcos’altro

Mi tira su nell’aria –

Cosce, capelli;

Dai miei calcagni si squama.

Bianca

Godiva, mi spoglio –

Morte mani, morte stringente.

E adesso io

Spumeggio al grano, scintillìo di mari.

Il pianto del bambino

Nel muro si liquefa.

E io

Sono la freccia,

La rugiada che vola

Suicida, in una con la spinta

Dentro il rosso

Occhio, cratere del mattino.


Tratto da "Lady Lazarus" di SYLVIA PLATH,

a cura di Giovanni Giudice per Arnoldo Mondadori Editore





Emimy Dickinson

USA: Amherst1830 - 1886


(211)


Lento discendi, o Paradiso!

Labbra a te non avvezze

timide i tuoi gelsomini delibano,

come vinta l’abbrezza

l’ape che tardi il proprio fiore raggiunse

sussurra intorno al tuo talamo,

conta il nettare – entra,

ed è perduta nei balsami.

Tratto da "Poesie" di EMILY DICKINSON,

a cura di Margherita Guidacci per Fondazione Corriere della Sera


Emily

la reclusa geniale

(249)


O frenetiche notti!

Se fossi accanto a te,

queste notti frenetiche sarebbero

la nostra estasi!

Futili i venti

a un cuore in porto:

ha risposto la bussola,

ha risposto la carta.

Vogar nell’Eden!

Ah, il mare!

Se potessi ancorarmi

stanotte in te.


(511)


Se tu venissi in autunno,

io scaccerei l’estate

un po’ con un sorriso ed un po’ con dispetto,

come scaccia una mosca la massaia.

Se fra un anno potessi rivederti,

farei dei miei altrettanti gomitoli

da riporre in cassetti separati,

per timore che i numeri si fondano.

Fosse l’attesa soltanto di secoli,

li conterei sulla mano,

sottraendo fin quando le dita mi cadessero

nella terra di Van Diemen.

Fossi certa che, dopo questa vita,

la tua e la mia venissero,

io questa getterei come una buccia

e prenderei l’eternità.

Ora ignoro l’ampiezza

del tempo che intercorre a separarci,

e mi tortura come un’ape fantasma

che non vuole mostrare il pungiglione.


Tratto da "Poesie" di EMILY DICKINSON,

a cura di Margherita Guidacci per Fondazione Corriere della Sera



I testi che seguono sono tratti da:


" Donna, mistero senza fine bello "
a cura di Silvio Raffo per Newuton


Fustina Maratti Zappi
Roma 1680 - 1745

I

Bacio l'arco e lo strale, bacio il nodo,
in cui sì dolcemente Amor mi strinse,
e bacio le catene in cui mi avvinse,
auree catene onde vie più mi annodo.

E il suo bel foco, e la sua face io lodo,
che a un così puro ardor l'alma costrinse:
soave ardor ch'ogni mia pena estinse,
tal che vivendo io ardo, e ardendo io godo.

Tempo già fu, che in lagrimosi accenti
d'Amor mi dolsi, e non sapea che sono
nunzi del suo piacer pochi tormenti.

Ora al nume immortal chieggo perdono:
e voi tutti obliate i miei tormenti
.

II

Dov'è dolce mio caro, amato figlio,
il lieto sguardo e la fronte serena?
Ove la bocca di bei vezzi piena
e l'incarnar del grazioso ciglio?

Ahimè, tu manchi sotto il fier periglio,
di crudel morbo, che di vena in vena
ti scorre, e il puro sangue n'avvelena
e già minaccia all'alma il lungo esiglio.

Ah, ch'io ben veggio, io veggio il tuo vicino
ultimo danno e contro il ciel mi lagno,
figlio, del mio, del tuo crudel destino!


E il duol tal del mo pianto al cor fa stagno,
che spesso al tuo bel volto io m'avvicino
e né pur d'una lacrima lo bagno.




Louise Labé
Francia: Lione 1524 - 1566

Sonetto VII

Deh, s'io potessi vivre fin d'oggi,
domani e sempre, tra le sole braccia
dell'uomo amato, e s'egli mi dicesse
stringendomi al suo petto: <O mia cara,

amiamoci fra noi, ben soddisfatti
l'uno all'altra, senza che più nulla
possa in vita dividerci>; se, al colmo
del possesso tra noi, mentre lo tengo

stretto al pari dell'edera e del fusto,
la morte invidiosa ci strappasse
l'uno all'altra per sempre, allora, al colmo

dei nostro amplessi, esalerei lo spirito
mio sulle labbra sue, fino a morirne
d'una felicità che non ha nome.

Sonetto XIV

Finché pianger potrò, rievocando
l'ore passate teco, e la mia voce
finché potrà farsi sentir per entro
nodi di pianto e veli di sospiri,

finché potranno sotto le mie dita
vibrar le corde in lode tua del liuto,
finché l'anima mia avrà sospiri
per Te soltanto, colma di Te solo,

non chiedo di morire. Ma, allorquando
sentirò gli occhi disseccarsi, e rotta
la mia voce ed inerti le mie dita

ne saran rese, e l'anima incapace
d'esprimere l'amore, mi sorprenda
la Morte allora, che mi acciechi appieno!

Sonetto XVII

Io fuggo la città, fuggo le chiese,
ed ogni luogo più familiare,
ond'io venni ispirata a darti lode.
Spettacoli, tornei, musiche e danze

più non riesco, che non han più pregi
senza di te, né fascino. Talché,
cercando io di scamparne,
e di rivolgere il mio sguardo altrove,

e di strapparmi tutta al tuo ricordo,
nel folto mi smarrisco delle selve
per avvedermi, alfine, che, se voglio

liberarmi da Te, non mi rimane
che d'uscir di me stessa e di morirne.


Beatrice Contessa Di Dia
Francia, secolo XII

Vorrei stringere nudo, una sera,
il mio cavaliere fra le mie braccia,
e che lui si sentisse felice
solo ch'io gli facessi da cuscino,
perch'è lui che mi piace più di quanto
non sia piaciuto Florio a Biancofiore:
io gli concedo il mio cuore e il mio amore,
il mio senno, i miei occhi ela mia vita.

Bell'amico, gentile e valoroso,
quando vi offro il mio potere?
Solo una sera insieme a voi giacere
per farvi dono d'un bacio d'amore!
Sappiate che avrei grande desiderio
di possedervi in luogo di marito,
a condizione che mi promettiate
di fare solamente ciò che dico.





Saffo
Grecia: Isola di Lesbo VII-VI secolo a C.

Intimi contrasti


Non mi pare di sfiorare il cielo.

Non so che stabilire:

due in me sono i pensieri.

… coloro che ricevono

il mio bene, sono quelli che

più di tutti mi danneggiano.

io ne sono consapevole.

Ma non sono una che porta risentimento,

poiché possiedo un animo tranquillo…

Nel mio dolore che stilla

goccia a goccia

Chi mi rimprovera i venti e gli affanni

possano trascinarselo.

Per me né miele né ape.


Saffo

la moderna più antica della terra


Notturni


Le stelle ai lati della bella luna

nascondono il brillante aspetto

quando piena risplende

sopra la terra intera

argentea

s’immergon la luna

e le Pleiadi.

Mezzanotte, accanto

scorre il tempo,

io dormo sola.


Mi si rivela pari agli dei

costui, che di fronte a te

siede vicino e la dolce tua voce

ascolta

e il lieto sorriso a me veramente

il cuore mi squassa il petto,

lo sguardo di un attimo

m’allenta la voce,

e la lingua si spezza, sottile

ma immediato un fuoco scorre nelle membra

non più vista agli occhi, sibilano

le orecchie,

su di me scorre sudore, un tremito

mi possiede, e di un pallore verdastro

sono, la morte poco manca

che mi appaia.


Non smuovere le labbra.

Vorrei dirti una cosa, ma

mi trattiene il pudore.

Se tu avessi desiderio onesto e bello

e se nel tuo dire la lingua non mescolasse malizia

il pudore non ti abbasserebbe gli occhi, confusi,

ma persuaderesti quindi al giusto.













I MALEDETTI


Jean Nicolas Arthur Rimbaud
(Charleville-Mézières, 20 ottobre 1854Marsiglia, 10 novembre 1891)



L'uomo dalle suole di vento



Mattino

Non ho forse avuto una volta una giovinezza amabile,
eroica, favolosa, da scrivere su fogli d'oro, - troppa fortuna!
Per quale delitto, per quale errore mi sono meritato
la mia bebolezza attuale?
Voi che pretendete che le bestie scoppino in singhiozzi
di dolore, che i malati disperino, che i morti facciano
brutti sogni, cercate di raccontare la mia caduta
e il mio sonno. Io, non so spiegarmi meglio del
mendicante coi suoi perpetui Pater e Ave Maria.
Io non so più parlare!

Eppure, oggi, credo di aver terminato la relazione
del mio inferno. Era davvero l'inferno; l'antico,
quello di cui il figlio dell'uomo aprì le porte.
Dallo stesso deserto, la stessa notte, sempre i
miei occhi stanchi si ridestano alla stella d'argento,
sempre, senza che si commuovano i Re della vita,
i tre magi, il cuore, l'anima, lo spirito. Quando
andremo dunque, al di là delle spiagge e dei monti,
a salutare la nascita del lavoro nuovo,
la saggezza nuova, la fuga dei tiranni e dei demoni,
la fine della superstizione, ad adorare - per primi!
- Natale sulla terra!
Il canto dei cieli, la marcia dei popoli! Schiavi, non
malediciamo la vita.


Tratto da "Opere" di ARTHUR RIMBAUD,
traduzione a cura di Ivos Margoni, per Feltrinelli



Le suore di carità

Il giovane dagli occhi sfavillanti, abbronzato,
Dal bel corpo ventenne che dovrebbe andar nudo,
- In Persia, un genio ignoto l'avrebbe adorato
Quella fronte raggiante al chiaror della luna -,

Impetuoso ed insieme verginalmente dolce
E cupo, fiero delle sue prime testardaggini,
Simile ai mari giovani, pianti di notti estive,
Che si rivolgon lenti su un letto di diamanti;

Il Giovane, dinanzi agli orrori del mondo,
Trasalisce nel cuore largamente irritato,
E con la sua ferita profonda ed inguaribile,
Desidera la sua suora di carità.

Ma tu, o Donna, cumulo di viscere, pietà
Dolce, tu non sei mai Suora di carità,
Né sguardo nero o ventre dove s'annida un ombra,
Né dita lievi o seno fatto splendidamente.

Cieca non risvegliata dalle pupille immense,
Tutto il nostro abbracciarti è una sola domanda:
Sei tu che da noi pendi, portatrice di seni,
Siamo noi a cullarti, Passione grave e bella.

I tuoi odi, i torpori grevi, gli smarrimenti,
E le brutalità sofferte nel passato,
Tutto ci rendi, o Notte, ma senza cattiveria,
Come un di più di sangue ad ogni mese effuso.

Quando la donna, un attimo portata, lo spaventa,
Amore, appello vivo e cantico di azione,
vengano a dilaniarlo le più anguste ossessioni,
Vengan la Musa verde e la Giustizia ardemte!

Di continuo assetato di splendori e di calme,
Senza le tue sorelle implacabili, geme,
Tenero, per la scienza dalle alme braccia, e porge
Alla natura in fiore la fronte insanguinata.

Ma la sera alchimia e le indagini sante
Ripugnano al ferito, dotto orgoglioso e cupo;
Si sente calpestato da atroci solitudini.
Allora, sempre bello, senza temer la bara,

Creda alle vaste mete, Sogni o Vagabondaggi,
Immensi, attraverso le verità notturne;
Che ti chiami nell'anima e nelle membra vinte,
O Morte misteriosa, suora di carità.


Tratto da "Opere" di ARTHUR RIMBAUD,
traduzione a cura di Ivos Margoni, per Feltrinelli




Paul Marie Verlaine



Mistico e sensuale


Verlaine

Melanchonia

Da piccolo, sognavo Ko-Hinnor,
sontuosità persiana e papale,
Eliogabalo e Saradanapalo!

Il mio desiderio sotto tetti dorati,
tra profumi, al suono di musiche
creava harem infiniti, paradisi fisici!

Oggi, più calmo ma non meno ardente,
(la vita la conosco! bisogna pur piegarsi!)
ho dovuto trattenere la mia bella follia,
e tuttavia non so ancora rassegnarmi.

D'accordo! il grandioso mi sfugge di mano,
ma maledetti siano il piacevole e la feccia!
detesto per sempre la donna gentile,
la rima assonante e il prudente amico.

Tratto da "Poesie" di PAUL VERLAINE,
cura e traduzione di Renato Minore, per Newton edizioni



Capricci

Donna e Gatta

Lei giocava con la sua gatta
e che meraviglia era vedere
la bianca mano e la bianca zampa
trastullarsi nell'ombra della sera!

Lei nascondeva - la scellerata -
sotto i guanti di filo nero
le micidiali unghie d'agata,
taglienti e chiare come un rasoio.

Anche l'altra faceva la smorfiosa
e ritraeva i suoi artigli d'acciaio,
ma il diovolo non ci perdeva nulla...

E nel salottino, dove sonoro
tuintinnava il suo aereo riso,
quattro punti di fosforo brillavano.


Tratto da "Poesie" di PAUL VERLAINE,
cura e traduzione di Renato Minore, per Newton edizioni





Stéphane Mallarmé

(Parigi, 18 marzo 1842Valvins, 9 settembre 1898)



Il simbolista

Mallarmé

Brindisi

Nulla, una schiuma, vergine verso
solo a indicare la coppa;
così al largo si tuffa una frotta
di sirene, taluna riversa.
Noi navighiamo, o miei diversi
amici, io digià sulla poppa
voi sulla prora fastosa che fende
il flutto dei lampi e d'inverni;

una bella ebbrezza mi spinge
né temo il suo beccheggiare
in piedi a far questo brindisi

solitudine, stella, scogliera
a tutto quello che valse
il bianco affanno della nostra vela.

Tratto da "Poesie" di STEPHANE MALLARME'
traduzione e cura di Luciana Frezza, per Feltrinelli

Una negra...

Una negra dal demonio squassata
vuol godersi una bimba torva di irutti
agri e perversi sotto la veste bucata,
s'appresta l'ingorda alla premeditata lussuria:

felici accosta al suo ventre due piccoli seni
e in alto sì che la mano non giunge a toccarli,
dardeggia lo schiocco oscuro dei suoi stivaletti
come una rigida lingua inetta al piacere.

Contro la paurosa nudità di gazzella
che trema, sul dorso quale elefante impazzito
riversa aspetta ed accurata s'ammira
sorridendo con tutti gl'ingenui denti alla bimba;

e fra le gambe dove la preda si stende,
oltre una nera pelle dischiusa fra i crini,
il palato protende di quella bocca strana
pallida e rosa come una conchiglia marina.

Tratto da "Poesie" di STEPHANE MALLARME'
traduzione e cura di Luciana Frezza, per Feltrinelli

TONI VOLPE

INTERZONA
tribute to William Burroughs
by
TONI VOLPE

musicista, attore, pittore, scrittore, fotografo


Toni Volpe, Laertino nato nel ‘63, bolognese d’adozione. Musicista negli anni ’80, prima con gli Yen, poi cantante con i Balkan Air con cui incide “Anni nel caos”, un CD prodotto da Roberto Colombo. Collabora con Antonella Ruggiero e in seguito è in tour in Europa e in ex URSS partecipando a vari festival internazionali. Nel 1997, sempre con i Balkan, vince il premio Recanati. Come autore scrive il progetto “Interzona”, dedicato a William Burroghs, che va in scena nel ’94 a Bologna in un importante festival d’avanguardia. Ha inoltre una carriera collaterale di fotografo e pittore. Ha pubblicato una retrospettiva per una casa editrice di Berlino. Nel 2003 partecipa con una sua canzone, cantata da Antonella Ruggiero, al Festival di Sanremo. Per il 2007 è previsto il suo debutto discografico da solista, una mostra della sua nuova produzione pittorica e un libro di sue “antipoetiche” riflessioni.



Toni Volpe

il mio mentore


Washing machine


apro l’oblò della lavatrice a gettoni

i capi colorati, tanto nero,

e un asciugamano color sabbia.

chiudo.

detersivo liquido blu, due tappi

anzi tre

anche quattro

ammorbidente all’aroma di pesca

color salmone

terribile

ritornerò al vernel celestino

impostazione macchina

temperatura, io vado sempre con la più calda

inserimento gettone

breve sbuffo

ora va.

ancora asciutta

avrò spinto troppo

ecco l’acqua

ora è a metà. bene.

un boxer nero in primo piano ruota

agganciato con un calzino

esattamente come i miei pensieri

sono seduto di fronte

e le sostanze tensioattive fanno il loro sporco lavoro

tra le fibre sintetiche e non

il maglione di lana sarà l’evento del pomeriggio

due taglie in meno come quello verde

carissimo

nonché firmato, mi sembra che si dica così

ho sempre trasgredito le istruzioni sull’etichetta

riesco ad infeltrire anche le lenzuola

e a mischiare il nero col bianco

poiché un nuovo grigio su di una t-shirt

non mi spaventa, né mi impensierisce granché

ooh, fase due

risciacquo

un attimo zitta

e gira di nuovo

verso la centrifuga

che è sempre stata la mia fase preferita

mi metto di fronte come al cinema

e all’improvviso il motore accelera

scagliando il bucato verso la volta di acciaio

la forza di gravità diventa

cinetica e poi centrifuga

e questo è niente, rispetto alla fase imminente:

sciorinamento!

?

il bucato saltella qui e là

e si stacca dai bordi del cilindro di metallo

cascando giù con il suo peso specifico

quando il motore si ferma

ho una fanta amara in mano

e una sigaretta spenta nell’altra

ripiegare il tutto mi annoia

è come fare le valigie

è finita. quasi x sempre.

e vai da un’altra parte

con una parte di te stesso più pulita

pronto a sporcare tutto da capo

accendo la sigaretta rigorosamente fuori

poiché il proprietario della lavanderia è americano

e mi ricorda del cancro appena vede il pacchetto nella tasca

schivo le merde dei cani col trolley

e do un’occhiata ai manifesti sui muri

mi serve del pane, per stasera

gli altri portano il vino

ahh, il latte

per domani mattina.

ora vado davvero.


Washing machine, di TONI VOLPE

Tratto da Antologia dei Poeti laertini

"Di Noi le Urla e i Canti" 2006



Love is the devil


ho visto un film

e mi sono tatuato il titolo sul braccio destro

è la biografia del pittore inglese francis bacon

e del suo amore tossico per il suo amato george

uno shock

ho capito la sua pittura in un attimo

ed il perché dei corpi decomposti

come quarti di bue

nel mattatoio della passione

i volti come statue di cera vicino al fuoco

carcasse di cani al sole lungo la strada

scheletri di zebre dilaniate dalle iene

il corpo mummificato di alcuni santi

il sangue che schizza sul ring

dei pugili nell’ultimo terribile round

e gabbie di ferro

lampadine al tungsteno

scimmie che si accoppiano

amplessi bestiali in un peep show

lucido per scarpe nero

dall’intenso odore di resina

e gin tonic

un toro nell’arena perde sangue dalla gola

e la folla eccitata applaude

in giro per i club a londra

nico dei velvet underground suona l’harmonium

sotto metadone

this is the end

my only friend

the end

francis rincorre george sulla terrazza di un hotel

e poi lo scopre a casa con uno skin biondo

lo caccia via per l’ennesima volta

forse l’ultima

lui ritorna a bussare alla porta

fuori piove

l’artista vecchio è stanco

e non aprirà mai più.



Tratto da Antologia dei Poeti laertini

"Di Noi le Urla e i Canti" 2006



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